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Rassegna Stampa - L'Argomento di Oggi 2010-02-08

"sono stato minacciato". Poi consegna una lettera del padre a Berlusconi

Ciancimino: "Forza Italia è il frutto della trattativa tra Stato e mafia"

La deposizione in aula: "Mio padre Vito avviò la trattativa con i Carabinieri e i boss". Dell'Utri: follia

 

 

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Dalessandro Giacomo

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2010-02-08

 

8 Febbraio 2010

MAFIA

Ciancimino, nuove rivelazioni

E la polemica s'infiamma

Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito, ha detto oggi, deponendo come testimone al processo per favoreggiamento a carico dell'ex comandante dei Ros Mario Mori, che suo padre gli disse che Forza Italia era frutto di una trattativa con Cosa Nostra. "Mio padre mi disse che Forza Italia era nata in seguito alla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia", ha detto Ciancimino nell'aula bunker, rispondendo ad una domanda su un pizzino, depositato agli atti del processo, e che a suo dire sarebbe stato scritto dal boss Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino e indirizzato a Silvio Berlusconi e al senatore del Pdl Marcello Dell'Utri.

Le dichiarazioni di Ciancimino sono, secondo l'avvocato del premier, Nicolò Ghedini, "destituite di ogni fondamento" , "totalmente inverosimili e prive di ogni dignità logica".

"Spiace che qualcuno possa dare anche un minimo credito a prospettazioni che la storia di Forza Italia e del Presidente Berlusconi hanno dimostrato concretamente e con atti di governo essere completamente inesistenti", si legge in una nota.

CIANCIMINO SCRISSE A DELL'UTRI E BERLUSCONI

Nel "pizzino" Provenzano avrebbe fatto riferimento a una intimidazione nei confronti del figlio di Berlusconi: "Intendo portare il mio contributo -- è scritto nel pizzino -- che non sarà di poco conto perché questo triste evento non si verifichi. Sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive".

"Mio padre -- ha detto Massimo -- mi raccontò che questo biglietto, assieme all'immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina dopo il suo arresto, erano il frutto di un'unica trattativa con lo Stato che andava avanti da anni. Con questo messaggio -- ha continuato -- Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo".

Durante l'udienza, Ciancimino ha consegnato una lettera manoscritta che suo padre Vito scrisse a Dell'Utri e "a Berlusconi per conoscenza".

I pm hanno chiesto di acquisirla e il Tribunale ha accolto la richiesta. La difesa di Mori non si è opposta. Il contenuto della lettera non è stato reso noto.

La settimana scorsa, nella sua deposizione Ciancimino ha detto che Provenzano, capo indiscusso di Cosa Nostra dal 1993 -- anno dell'arresto di Totò Riina, l'ideatore della strategia stragista mafiosa -- fino all'11 aprile 2006, giorno del suo arresto dopo 43 anni di latitanza, godeva di una sorta di "immunità" che gli consentiva di muoversi liberamente.

Il figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia e morto nel 2002 fece clamore lo scorso anno consegnando ai magistrati della procura di Palermo un documento, il cosiddetto "papello", contenente le presunte richieste di Cosa Nostra allo Stato nell'ambito di una presunta trattativa per mettere fine alle stragi.

Ciancimino sta deponendo al processo davanti al tribunale penale di Palermo, dove l'ex comandante dei Ros Mario Mori e il colonnello dei carabinieri Mauro Obinu, sono imputati per favoreggiamento per la mancata cattura di Provenzano nel 1995.

Nelle precedenti udienze il teste ha citato diversi esponenti politici, incluso Dell'Utri, sostenendo che suo padre gli aveva parlato di loro rapporti con Provenzano.

Arlacchi: Non credo a Ciancimino. "Non credo a una parola di quanto detto da Ciancimino. E queste storie le abbiamo già viste e sentite. Sono parole che non giovano altri che a Berlusconi, si vuole sollevare un gran polverone e screditare così la figura dei pentiti in generale". Così l'eurodeputato dell'Italia dei Valori Pino Arlacchi, tra i creatori della Direzione Investigativa Antimafia e amico di Falcone, commenta a CNRmedia la deposizione di oggi di Massimo Ciancimino. "Ciancimino - continua Arlacchi - ha una posizione giudiziaria interessata ed ha una scarsa attendibilità, a tanti anni di distanza. Lavorando insieme a Falcone so che questo tipo di dichiarazioni vanno prese con grande cautela e non vanno sbandierate. Non sono d'accordo nemmeno con Di Pietro che parla di governo paramafioso. Proprio Di Pietro che ha avuto a che fare con casi molto delicati sa che queste dichiarazioni vanno prese con grande prudenza. Infine, trovo paranoide il discorso di Forza Italia che nasce da una trattativa Stato-mafia. Forza Italia è stata una operazione di marketing politico molto lucida, sofisticata e di successo ed è con questo che dobbiamo fare i conti dal '94. La presunta trattativa tra Stato e mafia - conclude - non c'entra nulla".

Gasparri: Ciancimino, una farsa per salvare il proprio patrimonio. "Dopo le ultime deliranti dichiarazioni è chiaro che Ciancimino figlio apre bocca solo per difendere i propri interessi economici". Ad affermarlo è il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. "Pur di salvare quel patrimonio accumulato per anni illegalmente - aggiunge Gasparri - è disposto a dire cose impensabili. Comprese le fandonie che contrastano in maniera clamorosa con ciò che democraticamente il popolo italiano ha decretato con scelte elettorali chiare e nette. È ora di dire basta con la vergogna di questi pseudo pentiti alla ribalta".

 

 

CORRIERE della SERA

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2010-02-08

"sono stato minacciato". Poi consegna una lettera del padre a Berlusconi

Ciancimino: "Forza Italia è il frutto

della trattativa tra Stato e mafia"

La deposizione in aula: "Mio padre Vito avviò la trattativa con i Carabinieri e i boss". Dell'Utri: follia

"sono stato minacciato". Poi consegna una lettera del padre a Berlusconi

Ciancimino: "Forza Italia è il frutto

della trattativa tra Stato e mafia"

La deposizione in aula: "Mio padre Vito avviò la trattativa con i Carabinieri e i boss". Dell'Utri: follia

Massimo Ciancimino (Fotogramma)

Massimo Ciancimino (Fotogramma)

PALERMO - Massimo Ciancimino è tornato nell'aula bunker dell'Ucciardone a Palermo per deporre nel processo in cui l'ex comandante del Ros, Mario Mori, e l'ex colonnello Mauro Obinu sono imputati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995 dopo le segnalazioni di un confidente. Ciancimino ha portato con sé vari documenti per consegnarli al pm, e anche un passaporto intestato a suo figlio dieci giorni dopo la nascita, e del quale aveva parlato nella precedenza udienza sostenendo che il documento gli venne rilasciato grazie a "Franco", l'ancora non identificato agente dei servizi segreti che fin dagli anni '70 manteneva contatti con Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo.

TRATTATIVA MAFIA-STATO - Durante la sua deposizione, Ciancimino ha dichiarato che "Forza Italia è il frutto della trattativa tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del '92". A riferirglielo sarebbe stato il padre Vito Ciancimino, che secondo il figlio avrebbe avviato dopo il maggio del 1992 la trattativa con i Carabinieri da un lato e i boss mafiosi dall'altro. L'argomento è stato affrontato dal teste nel corso della spiegazione di un pizzino, depositato agli atti del processo, e che a suo dire sarebbe stato indirizzato dal boss Bernardo Provenzano a Silvio Belusconi e Marcello Dell'Utri. Nel foglietto Provenzano avrebbe parlato di un presunto progetto intimidatorio ai danni del figlio di Berlusconi. "Intendo portare il mio contributo - si legge nel pizzino - che non sarà di poco conto perché questo triste evento non si verifichi (si allude all'intimidazione ndr). Sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive". "Mio padre - ha spiegato il testimone illustrando il biglietto - mi disse che questo documento, insieme all'immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina, era il frutto di un'unica trattativa che andava avanti da anni. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo". Il testimone ha anche spiegato che la prima parte del pizzino, che lui custodiva, sarebbe sparita. Tra il 2001 e il 2002, ha aggiunto Ciancimino, Provenzano "ha riparlato con Marcello dell'Utri. Me lo disse mio padre". In quell'occasione, ha affermato, sarebbero state date "rassicurazioni" su provvedimenti a favore dei boss, come "l'aministia e l'indulto".

SEGRETO DI STATO - "Sul mio ruolo mi era stato garantito il segreto di Stato" ha poi affermato Ciancimino rispetto al suo ruolo sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia e le prime fughe di notizie. "Il capitano De Donno - ha continuato - mi rassicurò. E lo stesso fecero il signor Franco e mio padre. Mi dissero che non sarei mai stato chiamato in nessun processo, "né tu né tuo padre", mi dissero, "per trent’anni queste notizie non venivano fuori perché ci sarà il segreto di Stato"". La collaborazione di Ciancimino jr con i magistrati, prima della procura di Caltanissetta e poi di quella di Palermo, avvenne - ha ricordato lui stesso - dopo una intervista ad un noto settimanale nel gennaio del 2007. "Ci sono le telefonate, la lettera inviata a Berlusconi che è stata sequestrata in casa mia nel 2005. Come faccio, chiedevo? - ha detto Massimo Ciancimino - Loro invece mi assicurano, nessuno ti contesterà l’uso della sim con la quale ci chiamavi, e nessuno ti chiederà della missiva a Berlusconi e Dell’Utri. Era nel 2006. A parlarmi fu un capitano dei carabinieri (sedicente, l'ha definito il pm Antonino Di Matteo), in borghese. Io ero agli arresti domiciliari. Due militari in divisa, in quell’occasione, attendevano in una altra stanza".

COMMOSSO - C'è stato anche un momento di commozione. Quando il pm Antonino Di Matteo gli ha mostrato delle fotografie della casa al mare in cui ha trascorso la prima estate dopo la nascita del figlio Vito Andrea, Massimo Ciancimino ha chiesto di fare una pausa. Nelle foto, scattate l'anno scorso dalla Procura dopo l'indagine avviata sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra, si intravede anche la cassaforte al cui interno sarebbe stato nascosto il 'papello' con le richieste del boss Riina.

MINACCE - Poi Ciancimino ha rivelato che "la settimana scorsa sul parabrezza dell'auto blindata la mia scorta ha trovato una lettera minatoria in cui si diceva che nessuno, neppure i magistrati di Palermo con cui sto collaborando, sarebbero riusciti a salvarmi". Il teste ha anche detto che, nel maggio scorso, un agente dei Servizi, quando ormai la collaborazione era di dominio pubblico, gli aveva detto di "preoccuparsi dell'incolumità di suo figlio".

LETTERA A BERLUSCONI - Ciancimino poi, a sorpresa, ha consegnato in aula una lettera scritta dal padre, l'ex sindaco mafioso di Palermo, indirizzata per conoscenza a Silvio Berlusconi. Il documento, di cui i pm e le difesa non avevano conoscenza , è stato ammesso dai giudici. La lettera, indirizzata a Dell'Utri, è la rielaborazione di un "pizzino" scritto da Bernardo Provenzano agli stessi destinatari e già agli atti del processo Mori. Nella lettera c'è una parte che coincide con quella scritta da Provenzano e relativa a un tentativo di intimidazione al figlio di Berlusconi e alla necessità che il politico metta a disposizione alcune sue reti tv. Nella rielaborazione di Ciancimino, però, c'è una parte nuova in cui si legge: "Se passa molto tempo e ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria sarò costretto a uscire dal mio riserbo che dura da anni". Secondo il testimone, che riferisce quanto saputo dal padre, si trattava di una sorta di minaccia al premier. L'ex sindaco - spiega - lo avvertiva che avrebbe potuto raccontare quanto sapeva sulla nascita di Forza Italia.

LA REPLICA DI DELL'UTRI - Marcello Dell'Utri ha immediatamente smentito le dichiarazioni rese questa mattina da Ciancimino. "Lo Stato non eravamo noi in ogni caso, a parte che non siamo lo Stato, ma non siamo mai stati in condizione di essere parte in questi discorsi", ha detto il senatore del Pdl intervistato dal Tg5, "se Ciancimino vuol parlare di cose successe veramente, si vada a cercare dove sono successe e con chi". "Certamente", ha assicurato, "io non c'entro niente, e non parliamo ovviamente di Berlusconi, ma proprio niente di niente. Qui siamo alla pura invenzione che sfiora anzi sicuramente entra nel campo della pazzia". "Si tratta di un folle totale o di un disegno criminoso volto a dire cose allucinanti come queste", ha spiegato, "sono delle falsità tali che mi hanno già portato alla decisione di denunciare per calunnia il personaggio in questione, cosa che gli avvocati faranno non appena avranno tutti gli atti di questo interrogatorio".

Redazione online

08 febbraio 2010

 

 

 

 

 

la Procura antimafia di Palermo ha aperto un’inchiesta su quell’episodio

I carabinieri e la cassaforte di Ciancimino

Perché nel 2005 si presentarono nell’abitazione dell’Addaura senza aprire quel forziere?

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Vito Ciancimino (Ap)

Vito Ciancimino (Ap)

MILANO - Il primo a stupirsi della mancata perquisizione della cassaforte di casa sua, il 17 febbraio 2005, è stato proprio Massimo Ciancimino. Adesso, a distanza di anni, la Procura antimafia di Palermo ha aperto un’inchiesta su quell’episodio: perché i carabinieri che si presentarono nell’abitazione dell’Addaura di Palermo abitata dal figlio del sindaco Vito non aprirono quella cassaforte? Come mai non si accorsero della sua presenza?

Nell’ambito dell’inchiesta che sta cercando di fare luce su un patto tra esponenti dell’Arma e il sindaco mafioso di Palermo che portò alla cattura di Totò Riina ma non a quella di Bernardo Provenzano (e per questo sono sotto processo, per favoreggiamento alla mafia, il generale dei carabinieri Mario Mori e il colonnello Mario Obinu) entra quindi anche questo altro episodio. "Nonostante che la cassaforte in cui tenevo i pizzini di Provenzano e il papello (di richieste di Riina per far cessare le stragi del ’92 e ’93 , ndr), fosse in evidenza, nella mia abitazione, i carabinieri, venuti nel 2005 a fare una perquisizione, dopo avermi notificato un avviso di garanzia, non l'aprirono" aveva detto Massimo Ciancimino ai pm di Palermo durante gli interrogatori segreti.

La cassaforte era stata fatta installare da Ciancimino nel ’96 che fece fare alcuni piccoli lavori prima di andare ad abitare lì. Dopo aver appreso da Ciancimino, nei mesi scorsi, del mancato rinvenimento della cassaforte, i pubblici ministeri che indagano sulla trattativa, l’aggiunto Antonio Ingroia e il sostituto Nino Di Matteo, hanno disposto indagini mirate per capire cosa sia successo attorno alla cassaforte nella stanza dove dormiva il figlio di Massimo Ciancimino. Dopo un sopralluogo del luglio 2009, affidato agli investigatori della Dia, è stato sentito il costruttore della casa che ha confermato un dato già raccontato da Ciancimino jr: la cassaforte era lì prima del febbraio 2005, il giorno in cui fu effettuata la perquisizione dopo l'avviso di garanzia per riciclaggio costato al figlio del potente sindaco Dc l’arresto e una condanna in primo e secondo grado.

Umberto Lucentini

08 febbraio 2010

 

 

 

 

 

 

REPUBBLICA

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2010-02-08

Ciancimino: "Forza Italia è nata

grazie alla trattativa mafia-Stato"

Massimo Ciancimino torna in aula, al processo che vede imputato il generale Mario Mori di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, e accusa: "La trattativa Stato mafia proseguì anche dopo il 1992". Un pizzino di Provenzano diretto a Dell'Utri e Berlusconi.

di Salvo Palazzolo

Massimo Ciancimino

Massimo Ciancimino

"Nel 1994, l'ingegner Lo Verde, alias Bernardo Provenzano, mi fece avere tramite il suo entourage una lettera destinata a Dell'Utri e Berlusconi. Io la portai subito a mio padre, che all'epoca era in carcere: lui mi disse che con quella lettera si voleva richiamare Berlusconi e Dell'Utri, perché ritornassero nei ranghi. Mio padre mi diceva che il partito di Forza Italia era nato grazie alla trattativa e che Berlusconi era il frutto di tutti questi accordi".

Massimo Ciancimino torna nell'aula bunker di Palermo, al processo che vede imputato l'ex generale del Ros ed ex capo dei servizi segreti Mario Mori di aver protetto la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia, il figlio dell'ex sindaco ha ripercorso il contenuto di un pizzino che ha consegnato nei mesi scorsi ai magistrati di Palermo.

"E' rimasta solo una parte di quella lettera - dice Ciancimino - eppure, fino a pochi giorni prima della perquisizione fatta dai carabinieri nel 2005 a casa mia, nell'ambito di un'altra indagine, il documento era intero. Ne sono sicuro. Non so cosa sia successo dopo".

In ciò che è rimasto nella lettera si legge: "... posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive". Il "triste evento" sarebbe stato un atto intimidatorio nei confronti del figlio di Silvio Berlusconi.

Massimo Ciancimino spiega: "Provenzano voleva una sorta di consulenza da parte di mio padre: questo concetto di mettere a disposizione le reti televisive l'aveva suggerito proprio lui a Provenzano, qualche tempo prima. Mio padre si ricordava di quando Berlusconi aveva rilasciato un'intervista al quotidiano Repubblica. Diceva che se un suo amico fosse sceso in politica lui non avrebbe avuto problemi a mettere a disposizione una delle sue reti".

 

Vito Ciancimino avrebbe poi rielaborato la lettera di Provenzano: Massimo Ciancimino ha consegnato questa mattina al tribunale il secondo foglio della bozza scritta dal genitore. "La lettera è indirizzata a Dell’Utri e per conoscenza al presidente del consiglio onorevole Silvio Berlusconi – spiega il testimone – io fui incaricato di riportarla a Provenzano. Poi non so che fine abbia fatto e se sia stata consegnata".

Insorge in aula l'avvocato Piero Milio, uno dei legali del generale Mori: "Cosa c'entrano questi argomenti con il processo, che si occupa della presunta mancata cattura di Provenzano nel 1995 a Mezzojuso, provincia di Palermo?". Il presidente della quarta sezione del tribunale, Mario Fontana, respinge l'opposizione e invita il pubblico ministero Ingroia a proseguire nelle domande: " E' comunque importante accertare cosa sia avvenuto eventualmente prima o dopo", dice.

Secondo la ricostruzione di Massimo Ciancimino, fatta propria dalla Procura, la trattativa fra mafia e Stato condotta durante le stragi del 1992 avrebbe avuto una "terza fase": "A Vito Ciancimino, nel rapporto con Cosa nostra, si sarebbe sostituito Marcello Dell'Utri", è l'accusa del figlio dell'ex sindaco. Che aggiunge: "Mio padre mi disse che fra il 2001 e il 2002 Provenzano aveva riparlato con Dell’Utri".

La "bozza Ciancimino" ha un passaggio in più rispetto al documento sequestrato nel 2005. E’ scritto nel finale: "Se passa molto tempo e non sarò indiziato del reato di ingiuria sarò costretto ad uscire dal mio riserbo che dura da anni e convocherò una conferenza stampa". Chiede il pubblico ministero Nino Di Matteo: "Cosa sua padre minacciava di svelare?".

Risponde Ciancimino junior: "L’origine della coalizione che aveva portato in politica Silvio Berlusconi". Chiede ancora il pm: "A quando risaliva la bozza?". Ciancimino: "Il 1994-1995".

I SERVIZI SEGRETI Nell’audizione di Massimo Ciancimino torna il misterioso "signor Franco", l’agente dei servizi segreti che secondo Ciancimino junior sarebbe stato in contatto con il padre e con Provenzano. "Dopo un’intervista con Panorama, in cui emergeva in qualche modo un mio ruolo nell’arresto di Riina, il signor Franco mi invitò caldamente a tacere e a non parlare più di certe vicende perché tanto non sarei mai stato coinvolto e non sarei mai stato chiamato a deporre. Cosa che effettivamente avvenne – accusa Ciancimino junior - visto che fino al 2008, quando decisi di collaborare con i magistrati, nessuno mi interrogò mai". Anche durante gli arresti domiciliari Massimo Ciancimino avrebbe ricevuto una strana visita: "Un capitano dei carabinieri – dice il testimone – mi invitò caldamente a non parlare della trattativa e dei rapporti con Berlusconi".

Un emissario del signor Franco gli avrebbe pure preannunciato un’i mminente inchiesta nei suoi confronti e persino gli arresti domiciliari: "Per questo, ero stato invitato ad andare via da Palermo". Ciancimino riferisce ancora le parole che gli avrebbe riferito il capitano del Ros Giuseppe De Donno, collaboratore di Mori:"Mi rassicurò che nessuno mi avrebbe mai sentito sulla vicenda relativa all’arresto di Riina. Su questa vicenda – mi disse - sarebbe stato persino apposto il segreto di Stato".

LA PERQUISIZIONE Secondo la Procura, l’ultimo mistero legato al caso Ciancimino sarebbe quello della perquisizione del 2005: "Nessuno dei carabinieri presenti – accusa il testimone - chiese di aprire la cassaforte, che era ben visibile nella stanza di mio figlio". Si commuove Massimo Ciancimino quando vede le fotografie della casa, fatte di recente dalla Dia su ordine della Procura. "In quella villa di Mondello ho tanti ricordi – spiega – lì ha vissuto mio figlio dopo la nascita". Dopo una breve sospensione dell’udienza, Ciancimino torna ad accusare: "I carabinieri e qualcun altro sapevano che in quella cassaforte c’e rano il papello e altri documenti".

LE MINACCE "Anche la settimana scorsa ho ricevuto delle pesanti intimidazioni – denuncia Massimo Ciancimino – sul parabrezza della mia auto è stata lasciata una lettera dal contenuto molto chiaro: neanche i magistrati di Palermo ti potranno salvare".

(08 febbraio 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'UNITA'

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2010-02-08

Palermo, Ciancimino: "Forza Italia frutto trattative Stato-mafia"

"Forza Italia è il frutto della trattativa" tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del '92. A dirlo in aula è stato Massimo Ciancimino, che continua la sua deposizione al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. A riferirlo a Ciancimino sarebbe stato il padre Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo, che secondo il figlio avrebbe avviato dopo il maggio del 1992 la trattativa con i Carabinieri da un lato e i boss mafiosi dall'altro. Ciancimino junior ha spiegato al pm Antonio Ingroia il contenuto di alcuni "pizzini".

Secondo quanto ha raccontato in aula Massimo Ciancimino, nel 1994, Bernardo Provenzano avrebbe scritto un "pizzino" indirizzato a Marcello Dell'Utri e "per conoscenza", come dice il teste, "a Silvio Berlusconi". Nel documento si legge: "Intendo portare il mio contributo che non sarà di poco perché questo triste evento non si verifichi, sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive". Il "triste evento" a cui si riferisce Ciancimino Junior sarebbe stato il ventilato sequestro di uno dei figli del Presidente del Consiglio. "Mio padre - ha spiegato Ciancimimo junior illustrando il biglietto - mi disse che questo documento, insieme all'immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina, era il frutto di un'unica trattativa che andava avanti da anni. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo". Una parte del documento, secondo quanto dice in aula il figlio dell'ex sindaco, sarebbe sparita.

08 febbraio 2010

 

 

La mappa dei poteri secondo Ciancimino junior

di Saverio Lodatotutti gli articoli dell'autore

Ma chi è? Da dove è saltato fuori? E perché dice tutto quello che dice? E tutte queste cose come le sa? E chi gli lo fa fare di dirle tutte insieme, una dietro l’altra, in un processo pubblico, concedendo perfino che le telecamere lo riprendano? E perché osa sfidare le ire del generale Mario Mori, petto stracolmo di medaglie pesanti, elargite da prima e seconda Repubblica, e imputato per favoreggiamento a Cosa Nostra, avendo, secondo l’accusa, fatto scappare Bernardo Provenzano, ma, comunque sia, uno fra gli uomini dei servizi segreti più potenti e informati d’Italia?

È Massimo Ciancimino, 46 anni vissuti pericolosamente. Sembra ancora un giovanotto, è di piccola statura, con occhi neri vivacissimi, parlata lenta con parole affilate dal bisturi, in impeccabile grisaglia, persino il panciotto che ormai usano in pochi. E si porta dietro, al banco del pretorio, un bottiglione d’acqua minerale da due litri perché sa che l’udienza sarà lunga e solo la sete potrebbe tirargli brutti scherzi.

Ciancimino è figlio di suo padre, "don" Vito, che lo prescelse, fra i suoi cinque figli, quattro maschi e una femmina, perché da grande ereditasse il bastone del comando. O che lo allevò sin da bambino, ipotesi subordinata, nell’insolita veste, a futura memoria, di testimone di fatti e persone, retroscena e fuori scena, porcherie di Stato e porcherie di mafia, delitti e stragi ideati da menti tanto più laide proprio in quanto insospettabili.

Solo che, diventando grande, Massimo ha derazzato, si è cioè allontanato dalla via maestra indicatagli dal padre: non è diventato mafioso, forse anche perché i tempi sono cambiati, ma non per questo è diventato pentito, il che, in memoria di cotanto padre, è il minimo che poteva fare.

E ieri Massimo Ciancimino, in quell’aula bunker dell’Ucciardone gemella del primo maxi processo a Cosa Nostra, ha indossato i panni del geografo audace, controcorrente, che disegna le mappe di un mondo spaventoso, dove non splende mai il sole, eternamente buio popolato com’è da creature doppie e triple che governano in ossequio a patti sconosciuti e scellerati, individui sfuggenti che di nomi ne avevano almeno due, ma che tutti, di cognome, facevano: "Nessuno".

Ora basta con le ciance, sembra dire il figlio di "don" Vito, quando, a proposito degli affari canadesi del padre - che fu Giovanni Falcone a scoperchiare per primo - svela che furono i Caltagirone e i Ciarrapico, imprenditori di razza fina, di salotto buono, a suggerirglieli in vista delle Olimpiadi di Montreal. Basta con il si dice e il non si dice, sembra dire il figlio di "don" Vito quando racconta che il padre, anche se scettico, perché lo considerava "faraonico", alla fine si fece convincere dai costruttori Bonura e Buscemi, tutti mafiosi e di sua fiducia, a mettere la sua quota nel progetto di "Milano 2", tenuto a battesimo, e questo neanche gli storici più negazionisti potranno ignorarlo, da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

Ma chi ha raccontato agli italiani, sembra dire il figlio di "don" Vito, la leggenda metropolitana della latitanza di Bernardo Provenzano, quando ricorda tutte le volte che proprio il superlatitante andò a trovare il padre, nel frattempo agli arresti domiciliari nel suo appartamento di via Sebastianello, a due passi da Piazza di Spagna? E in nome di quale mandato, sembra sottintendere il figlio di "don" Vito, reverendissimi Alti Commissari per la lotta alla mafia, quali Emanuele De Francesco e Domenico Sica, ricevevano papà se andava a trovarli in strutture di copertura, mimetizzate presso ospedali o anonimi condomini della periferia romana?

E a chi vogliono raccontare, sottintende ancora una volta il ragazzo che da grande decise di farsi la sua strada, che Totò Riina, era il più gran latitante di tutti i latitanti se suo padre lo riceveva in camera da letto, in Via Sciuti n.85, nel cuore della Palermo per signori costruita, grazie allo scempio edilizio, proprio dalle giunte comunali di Vito Ciancimino, democristiano e persino sindaco di Palermo?

Che quadretti, che istantanee, che siparietti, quelli che l’audace geografo, che riscrive le mappe dei poteri in oltre sessant’anni di storia patria, ci riporta dal mondo spaventoso. Ne vogliamo parlare dei Gioia, dei Ruffini, dei Lima, che per prendere ordini da "don" Vito si servivano di una linea telefonica tutta per loro? La stessa della quale beneficiava Provenzano, che si presentava come "l’ingegner Lo Verde"?

Ce n’è per tutti, sembra sottintendere il disincantato geografo che ormai ha smesso di meravigliarsi, quando ricorda che il padre riuscì a farsi annullare un ordine di carcerazione grazie alle sue aderenze in Cassazione; o quando si impegnò con Luciano Liggio a farlo mettere agli arresti ospedalieri grazie ai suoi rapporti con altissimi magistrati di Palermo.

Non va dimenticato: il figlio di "don" Vito non ha conosciuto questo mondo parallelo, ci è cresciuto dentro sin da bambino. Lo si intuisce quando parla del "signor Franco" che, a volte, diventava il "signor Carlo"; 70 anni e più portati benissimo. Pare sia ancora vivo, i magistrati lo cercano ma non riescono a svelarne l’identità. Un uomo-cerniera fra mondi diversi che ebbe "don" Vito quasi in affidamento, per conto di non si sa chi, sin dagli anni 70, dai tempi in cui Antonio Restivo, democristiano e ministro dell’Interno, lo accreditò, insieme ad un’altra persona, proprio a "don" Vito, come interlocutore e referente.

Deve essere uomo di fedeltà di ferro e solidi principi, l’uomo-cerniera se, a prestar fede a Massimo Ciancimino, in questo come in tutto quello che dice, si recò di persona al cimitero dei Cappuccini a Palermo per assistere alla tumulazione di "don" Vito, nel 2002; e dove, per l’occasione, gli consegnò una busta con le condoglianze alla famiglia proprio di Provenzano che in quel momento - sulla carta- figurava latitante. Infine, la trattativa.

La trattativa fra le stragi di Capaci e via D’Amelio. Il papello, con le richieste di Riina per conto di Cosa Nostra. E Nicola Mancino e Virginio Rognoni, all’epoca ministri democristiani i quali, ancora una volta a detta del figlio di "don" Vito, sapevano tutto quello che c’era da sapere e che avallarono; anche se suo padre, alla ricerca di coperture blindate, non considerandoli all’altezza di un compito così titanico, avrebbe preferito tirarsi dentro Luciano Violante della cui risposta, però, "don" Vito poi non seppe più nulla.

Il resoconto dal mondo spaventoso finisce qui. E con ogni probabilità, già oggi, quando si concluderà la seconda parte della deposizione del figlio di "don" Vito, sarà il generale Mario Mori a rendere dichiarazione spontanea.

È facile prevedere che, davanti alla quarta sezione penale del Tribunale, presieduto da Mario Fontana - giudici a latere Wilma Mazara e Annalisa Tesoriere - squadernerà tutt’altro Atlante.

02 febbraio 2010

 

 

 

Le rivelazioni di Ciancimino al processo Mori

I soldi investiti dal padre, don Vito Ciancimino, a Milano 2, i piani di Riina per uccidere Piero Grasso, Calogero Mannino e Carlo Vizzini, l'immunità territoriale di cui Bernardo Provenzano ha goduto anche nel periodo delle stragi del 1992. Sono rivelazioni bomba quelle che Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, sta facendo ai magistrati che lo stanno ascoltando come testimone nell'aula bunker dell'Ucciardone, a Palermo, nell'ambito del processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al generale Mauro Obino, che sono accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia.

"Sono tranquillo. Deporrò in questo processo, dicendo tutta la verità", ha detto Ciancimino prima di entrare nell'aula. Ma il testimone denuncia anche intimidazioni da parte dei servizi. "Nel maggio del 2009 ho ricevuto la visita di un uomo dei servizio segreti, nella mia casa di Bologna, e mi accusò di essere venuto meno agli impegni presi. Mi ha chiaramente intimidito dicendomi che la strada che avevo cominciato a percorrere non mi avrebbe dato alcun beneficio". Secondo Ciancimino jr. gli 007 non avrebbero gradito la sua decisione di iniziare a fare le dichiarazioni ai magistrati sulla presunta trattativa tra Stato e mafia dopo le stragi del '92. E proprio sulla presunta trattativa, il testimone lancia pesanti accuse verso due ex ministri: "I ministri Rognoni e Mancino erano a conoscenza del dialogo intrapreso tra mio padre con il vice comandante del Ros, Mario Mori. Me lo disse mio padre che lo aveva saputo da un esponente dei servizi segreti".

"Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo", ha detto Ciancimino jr, ricostruendo gli affari di suo padre con i boss di mafia Salvatore e Antonino Buscemi e Franco Bonura. "Mio padre li chiamava i 'gemelli'. Ricordo negli anni '60 molte riunioni domenicale al ristorante la Scuderia a Palermo. Quando mio padre era assessore ai lavori pubblici dava indicazioni su un terreno che sarebbe diventato edificabile. Quei guadagni finivano in delle società in cui mio padre era interessato".

Negli anni '70 poi dopo gli accertamenti della commissione antimafia Don Vito Ciancimino decide di diversificare. "Alcuni suoi amici di allora Ciarrapico e Caltagirone e altri costruttori romani gli dicono di investire in Canada dove sono in preparazione le Olimpiadi di Montreal". Ma anche altri soldi saranno destinati a un altro progetto. "Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2". Ciancimino junior ha spiegato di aver acquisito queste informazioni sia direttamente dal padre sia attraverso la lettura di agende e documenti dello stesso genitore. "Insieme avremmo dovuto fare un memoriale per questo gli chiedevo sempre chiarimenti su qualcosa che ritenevo interessante".

Ciancimino è ritenuto dalla procura uno dei testimoni chiave della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che avrebbe visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti. Ai due ufficiali si contesta il mancato arresto, nel '95, del capomafia Bernardo Provenzano, all'epoca latitante. Secondo l'accusa proprio il blitz fallito per scelta dei carabinieri, sarebbe stato una delle poste in gioco nell'accordo tra pezzi dello Stato e le istituzioni.

Dopo l'omicidio di Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo 1992, racconta il testimone, il padre incontrò Provenzano. "Mio padre disse che quanto accaduto a Lima era terribile perché la vittima si è sicuramente resa conto di quello che stava succedendo". Ciancimino Jr ha spiegato che suo padre "una settimana e dieci giorni dopo l'omicidio" venne a Palermo e si incontrò con Provenzano in una abitazione dai due considerata sicura vicino via Leonardo da Vinci. "La morte di Lima fu un elemento di rottura - ha detto - Riina aveva mandato a dire di non preoccuparsi ma il suo linguaggio era l'inizio della fine. Mio padre mi spiegò che quello messo in atto da Riina era un programma di una follia pura, una serie di politici e magistrati sarebbero stati eliminati tra loro Piero Grasso, il ministro Vizzini e Calogero Mannino".

Ciancimino junior sta ricostruendo in aula le frequentazioni del padre, ma anche gli incontri a cui avrebbe partecipato lo stesso Massimo quando era più giovane."Avevo saputo da mio padre che Provenzano godeva di una sorta di 'immunità territoriale che gli permetteva di muoversi liberamente" durante la sua latitanza "grazie a un accordo che aveva stipulato mio padre stesso". "Questa immunità era garantita da "un accordo alla stipula del quale era presente anche mio padre e che risale al maggio del 1992".

 

"Scoprii che la persona che conoscevo come 'signor Lo Verde' era Bernardo Provenzano negli anni Ottanta mentre mi trovavo dal barbiere a Palermo. Sfogliando una rivista, mi pare 'Epoca', vidi una sua foto e nella didascalia c'era scritto che si trattava del boss latitante Bernardo Provenzano. Quando ne parlai con mio padre, lui mi disse: 'Stai attento con il signor Lo Verde, perché da questa situazione non ti salva nessuno'. Mio padre dava a Provenzano del tu, mentre lui chiamava mio padre 'ingegnere', anche se in realtà gli mancavano due materie alla laurea. "Mio padre conosceva Riina da quando erano ragazzi. Tra loro il rapporto è sempre stato teso. Mio padre non lo stimava e preferiva Provenzano perché riteneva che avesse un più elevato spessore culturale", ha detto Ciancimino. "Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema. D'accordo con Bernardo Provenzano gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentatività". Il testimone ha anche raccontato che suo padre, appositamente, faceva attendere Riina quando questi lo andava a trovare e ne rifiutava i regali ritenendo che portassero sfortuna. "Era un rapporto fatto di contrasti. L'ho visto almeno tre-quattro volte a casa mia. Parlo degli anni Ottanta. Riina veniva spessissimo per le feste comandate. Ma ricordo che quando erano in camera arrivavano delle urla dalla stanza".

Don Vito aveva una sorta di 'linea rossa', cioè un numero di telefono "sempre a disposizione" per i boss ma anche i politici. "Mio padre aveva a Palermo e a Mondello la 'linea rossa' sempre a disposizione di queste persone, e soprattutto di Lo Verde (Provenzano ndr). Ma anche di Gioia, Lima, Ruffini, e del signor Franco o Carlo". Secondo Ciancimino gli ultimi due sarebbero degli agenti dei servizi segreti. "Mi è capitato di ricevere o consegnare direttamente nelle mani dell'ingegner Lo Verde, cioè di Bernardo Provenzano qualche lettera, specialmente nell'ultimo periodo. Anche perché nel momento in cui certi personaggi venivano a mancare, mio padre era diventato molto più prudente. Capitò anche nel 1992".

"Mio padre usava particolare accortezza per lo scambio di 'pizzini' con Bernardo Provenzano. Spesso, essendo un po' maniacale per sua forma mentis, le buttava nel water o le bruciava, o le tagliava a pezzetti". "Spesso -dice ancora- faceva le fotocopie perché temeva che si potessero trovare le impronte, anche quando scriveva le lettere usava addirittura dei guanti". Alla domanda se erano intercorsi rapporti di topo economico tra Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano, Ciancimino ha risposto di sì.

"Nel 1990, grazie alle sue amicizie che aveva in Corte di Cassazione, mio padre riuscì a fare annullare l'ordine di custodia che fu emesso dal gip Grillo per la vicenda mafia e appalti", ha detto ancora Ciancimino jr. La sezione della Cassazione che emise il provvedimento di annullamento era la prima, presieduta all'epoca da Corrado Carnevale.

Alcuni incontri tra Vito Ciancimino e il vicecomandante del Ros, sarebbero avvenuti prima della strage di via d'Amelio, avvenuta il 19 luglio '92, dove fu ucciso Paolo Borsellino e la sua scorta. "Dopo la consegna del 'Papellò, avvenuta il 29 giugno del '92, che mi fu dato insieme ad una lettera da consegnare a mio padre, e che mi venne data dal dottore Antonino Cinà". Sempre rispondendo alle domande del magistrato Ciancimino jr, ha spiegato che gli incontri duravano circa una ora e mezza e si svolgevano in casa dell'ex primo cittadino di Palermo. "È successo alcune volte, due o tre, dopo la morte del giudice Falcone e poi dopo", ha spiegato. "Per mio padre comunque era sbagliato cercare il dialogo con Cosa nostra, dopo le stragi. Lui diceva che era come mettere benzina nel radiatore. Era sbagliato parlare con Riina".

01 febbraio 2010

 

 

 

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